Baba Deep Singh e l’archetipo del Guerriero

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di Fatehdeep Singh (Stefano Papa)

Ogni epoca storica ha avuto i suoi eroi guerrieri; non esiste infatti alcuna tradizione culturale che non annoveri nel proprio percorso storico le gesta di grandi condottieri impavidi e senza paura il cui coraggio e determinazione li hanno resi leggendari.

Spartani nell’antica Grecia, Cavalieri nel medioevo, Samurai nel Giappone imperiale e tanti altri ancora nel corso della storia, incarnano l’archetipo del guerriero da sempre presente nella storia e nella cultura di ogni civiltà.

Nonostante le tradizionali suggestioni che potrebbe inizialmente suscitare, questo archetipo riveste un ruolo di grande rilevanza per la propria crescita personale ed ha poco a che vedere con battaglie, spargimenti di sangue o machismo sfrenato; al contrario, l’archetipo del guerriero incarna doti quali la disciplina, la resistenza e la capacità di perseguire i propri obiettivi con determinazione.

Il fine primario intrinseco di qualsiasi archetipo è quello di porsi come fonte di ispirazione. La figura dell’eroe combattente diviene allora l’espressione di un mix di qualità (coraggio, disciplina, determinazione, concentrazione, lealtà e resilienza) che ognuno di noi può integrare nella propria personalità affinché possano produrre nella mente immagini costruttive ed elevanti a cui ricorrere nei momenti di maggior bisogno.

In questo contesto anche la cultura Sikh, alla quale si deve la codificazione dell’arte marziale del Gatka, non è da meno in quanto a eroi guerrieri le cui gesta sono ancora oggi narrate con grande orgoglio da tutta la comunità.

Le imprese di Baba Deep Singh Ji – uno dei più leggendari guerrieri della tradizione Sikh  – dipingono appieno quell’archetipo del guerriero senza macchia e senza paura che procede imperterrito fino al raggiungimento dei suo scopo. 

Persino dopo essere stato decapitato, Baba Deep continua a combattere e ad avanzare per tenere fede alla promessa che aveva fatto al suo Guru. Storia e leggenda si sono mescolate armoniosamente con la figura di questo eroe e hanno dato vita eterna a principi ispiratori ed elevanti che hanno contribuito nei secoli a forgiare un’intera comunità.

Quando Guru Gobind Singh istituì l’ordine dei khalsa, disse:

“Se c’è tra di voi uno dei miei Sikh, mi dia la sua testa in offerta e trovi la fede”.

Si fece allora un gran silenzio. Per altre due volte il Guru ripeté la sua richiesta. Alla fine del terzo appello Dayaram, un indù della classe oppressa, si alzò e disse:

“Vero Re, la mia testa è al tuo servizio”. 

L’atto di donare la propria testa per la causa è una metafora che induce a riflettere su quanto di noi siamo disposti veramente a dare per ottenere un risultato o per superare una difficoltà, ed è in questi frangenti che l’archetipo del guerriero può divenire davvero una fonte di ispirazione. 

Ecco nel dettaglio la storia di Baba Deep Singh e del suo leggendario combattimento (Fonte: “I Martiri”, Sikhi Sewa Society; “Grandi Generali e Valorosi Combattenti”, Sikhi Sewa Society):

Shaheed Baba Deep Singh Ji è uno dei martiri guerrieri più onorati della storia Sikh. 

Figlio unico, di umili origini, all’età di dodici anni si recò con i suoi genitori ad Anandpur Sahib dove conobbe Guru Gobind Singh Ji, il decimo Guru della tradizione Sikh. 

Dopo aver prestato, insieme alla sua famiglia, opera di servizio per la comunità, rimase accanto a Guru Gobind dal quale ricevette, all’età di diciotto anni, il battesimo del Khalsa, facendo altresì giuramento di servire come uno dei guerrieri del Wahe Guru (Soldato senza tempo).

Durante il suo soggiorno accanto al Guru si dedicò allo studio dei testi sacri, imparò diverse lingue tra cui il Gurmuki, dedicandosi nel contempo all’apprendimento delle tecniche di equitazione e dell’uso delle armi. 

Divenne ben presto uno dei più amati seguaci di Guru Gobind Singh, conseguendo numerose vittorie sul campo di battaglia.

Durante la quarta invasione in India, nell’inverno tra il 1756 e il 1757, Ahmad Shah Abdali annesse il Punjab ai domini afghani, nominò suo figlio Taimur vicerè di Lahore e il veterano generale Jahan Khan come suo secondo. 

Jahan Khan irruppe ad Amristar nel maggio del 1757 e rase al suolo la fortezza Sikh di Ram Rauni profanando la vasca sacra.

Non appena la notizia della profanazione giunse alle orecchie di Deep Singh, egli partì con la sua armata per Amristar. Molti sikh si unirono a lui lungo la strada. Quando raggiunse Tarn Taran la sua unità arrivò a contare 500 uomini. A Tarn Taran si fasciarono i polsi con i nastri da festa e indossarono turbanti color zafferano come se non andassero a combattere bensì a conquistare spose per loro stessi.

Baba Deep Singh pregò l’Onnipotente di infondere coraggio e forza a lui e ai suoi uomini per eliminare gli oppressori, facendo giuramento che avrebbe combattuto contro il male fino alla morte e che avrebbe servito la propria testa all’Harmandir Sahib (il tempio situato nella località di Amritsar, nello stato del Punjab in India, considerato il luogo più sacro nella cultura Sikh, maggiormente conosciuto in occidente col nome di Tempio d’Oro o Tempio d’Oro di Amritsar).

Non appena il generale invasore Jahan Khan venne informato di ciò, si mise in marcia con una forza di duemila cavalieri e ventimila soldati. Rimase in attesa dei Sikh presso il villaggio di Gohlvar, otto chilometri prima di Amristar. 

Quando Jahan fronteggiò i Sikh subì una sconfitta schiacciante. Le truppe dell’esercito invasore si dispersero e fuggirono per salvarsi. Successivamente però il generale Khan ricevette dei rinforzi di soldati e artiglieria e si avventò improvvisamente sui Sikh di Baba Deep, che questa volta non riuscirono a tener testa alle truppe degli invasori. Durante la battaglia Deep Singh fu attaccato da uno dei comandanti delle truppe nemiche, Jamal Khan. Nello scontro, entrambi gli uomini brandendo ferocemente le loro pesanti armi si decapitarono a vicenda. Assistendo alla scena, un giovane guerriero Sikh ricordò a Deep Singh la sua promessa di raggiungere l’Harmandir Sahib. Allora egli si alzò in piedi all’istante, con la sua mano sinistra raccolse la sua testa mozzata e con l’altra mano, impugnando la sua spada di 16Kg, continuò a combattere avanzando verso il Tempio d’Oro.

Alla vista di Baba Deep che combatteva senza capo, i soldati dell’esercito invasore furono assaliti dalla paura e fuggirono via terrorizzati.

Deep Singh aveva fatto giuramento che non sarebbe morto senza prima arrivare al tempio; egli si aprì un varco tra le forze nemiche sanguinando profusamente, e cadendo esanime al suolo solo dopo aver raggiunto il santuario. Egli fu così in grado di prestare fede al suo giuramento posando la propria testa all’entrata del tempio sacro.

Tutto ciò avvenne l’11 novembre 1757, quando Baba Deep Singh aveva 75 anni. 

Il suo sacrificio estremo e la sua nobile audacia sono ancora oggi commemorati nel parikarma, lo spazio che circonda la sacra piscina del Tempio d’Oro. Due teche ricordano il suo eccezionale martirio: una situata appunto lungo il parikarma, dove egli morì, l’altra posta nel Shahidganj Baba Deep Singh Shahid, vicino al Gurudwara Ramsar, dove il suo corpo fu cremato.

FatehFatehdeep Singh diventa insegnante di Gatka nel 2012 con la Federazione Italiana Gatka, ideata e guidata da Guru Shabad Singh Khalsa De Santis. Nello stesso anno diventa anche insegnante di Kundalini Yoga come insegnato da Yoga Bhajan, dopo un percorso nell’Hatha Yoga iniziato nel 2007. La pratica della Gatka, nel suo percorso formativo, è stata preceduta dalla pratica dell’arte marziale del muay thai e della boxe. Oggi insegna Gatka presso l’Acsd Victory-Salute e Fitness e il Centro Yoga Jap.

 

 

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