Il DhanurVeda: testo sacro e manuale pratico di combattimento

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di Fatehdeep Singh (Stefano Papa)

 

I sacri testi denominati “Veda” – termine di derivazione sanscrita che si traduce come “Sapere, Conoscenza” – rappresentano il più antico testo religioso conosciuto nella storia umana e racchiudono al loro interno i massimi precetti dell’Induismo.

Sono considerate scritture rivelate direttamente dalla divinità ai cosiddetti Rishi, mitici saggi veggenti, e rappresentano la Sapienza eterna, immutabile e sacra dell’Induismo. I Veda sono stati preservati intatti nel corso di millenni grazie alla straordinaria capacità mnemonica di sacerdoti e brahmani, conosciuti anche col termine di “uomini libro”, incaricati di trasmetterli e di custodirne la conoscenza.

Nei Veda sono contenuti più di centomila versi di raffinata poesia e misticismo, dai quali emerge al tempo stesso anche un sapere di tipo prettamente tecnico e scientifico estremamente avanzato, in ambiti che spaziano dalla medicina all’architettura passando per l’arte, la cosmologia e le scienze politico-militari.  

Questo aspetto pratico degli insegnamenti appare ancora più evidente negli “UpaVeda”“Conoscenza Applicata” – testi complementari ai Veda che possono essere considerati come una sorta di trattato di applicazione pratica della conoscenza espressa nei Veda. 

La tradizione classifica gli UpaVeda in 4 trattati, ognuno dei quali espone specifiche nozioni su una determinata branca del sapere, che da poi anche il nome ad ognuno di essi: 

Àyurveda , “Conoscenza della vita”, o “L’arte del buon vivere”.

Racchiude insegnamenti relativi alla scienza medica insieme a elementi di filosofia e disciplina, descrivendo la natura dell’Essere Umano e i modi per mantenerla in armonia ed equilibrio con l’ambiente circostante e l’Universo;

Gandharvaveda, “Conoscenza della musica e della danza”. 

Espone insegnamenti relativi  alla scienza del suono e dell’acustica, con particolare attenzione al canto musicale e alla danza come strumenti di armonizzazione dell’uomo con la natura e il divino; 

Sthapatyaveda, “Conoscenza dell’architettura”. 

Esprime un sapere relativo alle tecniche di costruzione e all’armonizzazione degli ambienti abitativi con la natura e i suoi elementi;  

Dhanurveda, “Conoscenza dell’uso delle armi e delle arti marziali”.  

Un testo che esprime contestualmente anche insegnamenti politico-strategici per la difesa della comunità.

Per i praticanti e i cultori delle arti marziali, il Dhanurveda rappresenta senz’altro un testo affascinante e ricco di insegnamenti che abbracciano diversi piani dell’essere. 

Il termine “Dhanur” è tradotto letteralmente con arco (nell’antica cultura vedica il tiro con l’arco rappresenta simbolicamente tutti i tipi di arti marziali). Il Dhanurveda è quindi la scienza/conoscenza dell’uso dell’arco inteso come la capacità di saper affrontare il combattimento sia a livello pratico che strategico.

Il Dhanudarma è quindi la disciplina scientifica dell’uso delle armi, impiantata però su un forte senso morale ed etico. Esso descrive infatti, con rigore scientifico e minuzia di particolari, non solo i modi migliori per la formazione dell’esercito con le diverse classi di armi da impiegare, la cura degli animali utilizzati in battaglia (cavalli ed elefanti), ma anche un preciso codice etico, morale e spirituale che i guerrieri erano tenuti ad osservare. Questi ultimi erano infatti costantemente sottoposti ad una severa e rigida disciplina che imponeva regole ben precise, che non potevano essere infrante nemmeno sul campo di battaglia. Ad esempio, in battaglia vigeva il divieto assoluto di colpire i civili o i nemici che si arrendevano; lo scontro doveva essere circoscritto al campo di guerra e un guerriero non poteva essere attaccato durante i preparativi del combattimento o se disarmato. 

Di notte, il campo nemico doveva essere rispettato e i combattimenti ripresi solo con la luce del giorno.  In una cultura in cui il bene del prossimo e la non violenza erano pilastri fondamentali, l’uso delle armi era rigorosamente ristretto alla difesa dei deboli e degli indifesi. La guerra era da considerarsi come ultima alternativa per la preservazione del bene e della giustizia. Il Dhanurveda era indirizzato principalmente alla formazione della classe dei guerrieri (kshatriya), il cui scopo primario era assicurare la difesa della comunità in caso di minaccia.

Per adempiere al proprio dovere il guerriero,  doveva quindi essere ben addestrato non solo sul piano fisico, ma anche su quello mentale, avendo la capacità di gestire al meglio  lo stress e le situazioni di caos della battaglia.

Gli insegnamenti del Dhanurveda presentavano quindi al guerriero un sistema di allenamento completo, che non esclude alcun aspetto dell’arte del combattimento.  Vengono esposte tecniche di percussione (calci, pugni, gomitate e ginocchiate), di proiezione, leve articolari e strangolamenti, insieme a metodologie di combattimento che prevedono l’uso di armi (bastone corto e lungo, mazze, coltelli, spade e arco sia a piedi che a cavallo). Il tutto senza mai trascurare l’aspetto psichico e spirituale della  persona.

L’aspetto affascinante di questo antico testo risiede anche nella dettagliata descrizione e classificazione delle varie tipologie di armi. Non solo vengono riportati suggerimenti e specifiche indicazioni su come costruire, ad esempio, un perfetto arco da combattimento o come utilizzare al meglio armi di tipo “convenzionale”, ma un’apposita sezione del testo fornisce addirittura le istruzioni su come attivare degli speciali armamenti tramite appositi mantra, descritti anch’essi nel dettaglio, con tanto di pronuncia esatta. 

La cosa ancora più affascinante è che a leggere i nomi e le proprietà di alcune di queste armi “non convenzionali”, sembra di avere dinanzi un elaborato romanzo fantascientifico, con l’unica differenza che il testo in questione è antecedente  migliaia di anni rispetto a tutta la fantascienza più nota. 

Nel Dhanurveda si parla infatti chiaramente di missili a forma di bocca di leone, missili a forma di serpente, missili che creano tempeste e uccidono un gran numero di nemici, oltre ad armamenti in grado di intrappolare il nemico o di renderlo incosciente e incapace di agire. 

Un altro aspetto non meno importante e degno di nota è l’attenzione che il testo rivolge verso la scienza astronomica, applicata direttamente sul campo di battaglia. Grande considerazione viene infatti data all’analisi dei dati astronomici, consultati regolarmente per pianificare battaglie, costruire armi o addestrare le truppe. 

Le riflessioni che potrebbero derivare dall’analisi di un testo come il Dhanurveda sarebbero infinite e probabilmente alcune di esse porterebbero a considerare questo testo come un qualcosa di troppo surreale e astruso.

C’è anche da dire però che le tradizioni indiane si riferiscono spesso ai propri testi sacri con il termine “Itihasa”, che letteralmente significa “Ciò accadde veramente”, intendendo che le informazioni e gli eventi descritti al loro interno sono reali e accaddero davvero. 

Fateh

Fatehdeep Singh diventa insegnante di Gatka nel 2012 con la Federazione Italiana Gatka, ideata e guidata da Guru Shabad Singh Khalsa De Santis. Nello stesso anno diventa anche insegnante di Kundalini Yoga come insegnato da Yoga Bhajan, dopo un percorso nell’Hatha Yoga iniziato nel 2007. La pratica della Gatka, nel suo percorso formativo, è stata preceduta dalla pratica dell’arte marziale del muay thai e della boxe. Oggi insegna Gatka presso l’Acrsd Victory e il Centro Yoga Jap.

 

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