Il Sarong: elegante, raffinato… e temibile!

Sarong
di Fatehdeep Singh (Stefano Papa)

Tutto è un’arma, tutto può essere usato come un’arma

È questo uno dei principi cardine caratteristici dell’antica e sacra scienza del Gatka. Un principio che denota l’attitudine ad adattarsi in maniera ottimale ad ogni tipo di sollecitazione esterna sfruttando a proprio vantaggio tutte le risorse che si hanno a disposizione senza sottovalutarne nessuna. Un atteggiamento di questo tipo si rivela sicuramente vincente e proficuo tanto in combattimento quanto nella quotidianità della vita, la quale presenta infatti, in senso metaforico, le stesse dinamiche di un combattimento reale.

Il sarong o sarung è un tradizionale capo di abbigliamento caratteristico delle popolazioni del sud est asiatico, costituito da un largo pezzo di cotone o seta drappeggiato intorno alla vita e indossato come una gonna, indifferentemente da uomini e donne. Di origine prettamente malese, il sarong compare con nomi diversi, anche nelle tradizioni di altri paesi del mondo, come ad esempio il Corno d’Africa e alcune isole del Pacifico. Solitamente la stoffa è tinta con colori brillanti o stampata con motivi complessi raffiguranti animali, piante e varie fantasie geometriche. Spesso nei villaggi le donne lo usano a tracolla per mettere all’interno i bambini oppure come sacca per la spesa.

Forse non tutti sanno, però, che l’eleganza e la raffinatezza del sarong non sono le sue uniche prerogative. Esso possiede infatti un ulteriore aspetto, poco noto ma non per questo meno importante.

In Indonesia ad esempio, nelle scuole più antiche, si insegna ancora come usare il sarong per difendersi da attacchi a mano nuda o mano armata, agganciando le braccia, le gambe, la testa o addirittura legando insieme più elementi. Classificato nel gergo marziale come arma flessibile, il sarong è un ottimo amplificatore di forza che presenta una molteplice gamma di applicazioni, come leve, strangolamenti, intrappolamenti degli arti e proiezioni. Viene utilizzato altresì con colpi frustati in direzione di parti sensibili come gli occhi e spesso, per potenziare l’effetto dei colpi, viene cucita al suo interno una pietra. 

Il sarong viene indossato e allacciato in vita in modo semplice e pratico, così da poter essere facilmente sganciato e portato tra le mani per un suo rapido utilizzo. Un tempo veniva indossato dal popolo indonesiano come abito tradizionale da entrambi i sessi; oggi, con l’introduzione dei pantaloni, si preferisce utilizzarlo come abito da cerimonia. Avere il sarong sopra i pantaloni è un segno per identificarsi con la cultura indonesiana e, in ambito marziale, combinato con i costumi tradizionali, contraddistingue le diverse scuole in caso di competizioni o dimostrazioni al pubblico. 

C’è chi è portato a pensare che l’antica scienza di questo particolare metodo di combattimento affondi le sue radici nella cultura dell’India arcaica, in particolare nella setta dei Thug, adoratori della dea Kali e soprannominati come gli “strangolatori”. Secondo la tradizione, i seguaci della setta erano costantemente in cerca di vittime da sacrificare alla loro Dea; il prescelto per il sacrificio, però, non doveva versare neanche una goccia di sangue e, quindi, le consuete aggressioni con armi o a mani nude rischiavano di ferire la vittima, rendendola impura e inadatta al sacrificio. Per ovviare a tale inconveniente i Thug adottarono e perfezionarono un sistema per intrappolare la vittima prescelta con una fune intorno alla gola che, stretta con abilità, faceva svenire in pochi istanti il malcapitato. E’ lecito quindi pensare, anche se non se ne ha la certezza assoluta, che questa temibile specialità dall’India sia poi confluita nelle arti dei vicini arcipelaghi Indonesiano-malese e filippino.

Si narra che fosse in uso nell’antichità, per gli esperti maestri caposcuola dei vari stili, la pratica di affrontarsi in un duello all’arma bianca spesso all’ultimo sangue proprio all’interno di un sarong.

I due avversari venivano cinti con un unico tessuto che vincolava l’uno all’altro restringendo al massimo lo spazio disponibile per il combattimento e obbligando così i contendenti ad esprimere il massimo delle proprie capacità, non solo per non soccombere ma per affermare altresì la superiorità della propria scuola e del proprio stile.

Questo tipo di scenario, seppur violento e cruento nella sua descrizione, racchiude in sè un profondo insegnamento esistenziale: imparare a fronteggiare le prove della vita attingendo ad ogni personale risorsa senza mai sottovalutarne alcuna. E’ la giusta attitudine per confrontarsi col mondo esterno anche nei momenti in cui si ha la sensazione di essere messi all’angolo, intrappolati in un sarong troppo stretto che la vita sembra cingerci improvvisamente intorno ai fianchi. 

Per sua natura l’essere umano è fatto per resistere e non per soccombere; avere consapevolezza delle proprie limitazioni senza tralasciare le potenzialità dei propri talenti, spesso nascosti, equivale ad avere maggiore fiducia in se stessi. 

Uno stato dell’essere più fiducioso e con una maggiore autostima favorisce indubbiamente la capacità di cogliere ogni opportunità, rendendo grande anche qualcosa di apparentemente insignificante, esattamente come un semplice e piccolo pezzo di stoffa chiamato sarong può trasformarsi in una temibile arma.  

Fateh

Fatehdeep Singh diventa insegnante di Gatka nel 2012 con la Federazione Italiana Gatka, ideata e guidata da Guru Shabad Singh Khalsa De Santis. Nello stesso anno diventa anche insegnante di Kundalini Yoga come insegnato da Yoga Bhajan, dopo un percorso nell’Hatha Yoga iniziato nel 2007. La pratica della Gatka, nel suo percorso formativo, è stata preceduta dalla pratica dell’arte marziale del muay thai e della boxe. Oggi insegna Gatka presso l’Acrsd Victory e il Centro Yoga Jap.

 

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